La Brutta Sagra della Vita Agra

L’articolo di Dario Pappalardo, “Vita agra di un traduttore,” apparso ne La Repubblica il 9 febbraio 2013, è sicuramente apprezzabile … ma quando i giornalisti parlano dei traduttori, perché c’è sempre la sensazione che stiano descrivendo i bambini affamati del Sudan o le vittime di una frana nei pressi di Ulan Bator?

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“Vita agra di un traduttore”
La Repubblica, Sabato, 9 febbraio 2013
di Dario Pappalardo

Tre libri su dieci sono stranieri, bestseller compresi.
Ma chi ci permette di leggerli non ha diritti.
Malpagati, sfruttati e isolati ecco i sottoproletari dell’editoria

“E poi bisogna lavorare tutti i giorni, tante cartelle per questo e quello e quell’altro, fino a far pari, anche la domenica. Se ti ammali non hai mutua, paghi medico e medicina lira su lira, e per di più non sei in grado di produrre, e ti trovi doppiamente sotto». La vita del traduttore italiano è ancora così. Come la descriveva Luciano Bianciardi nel 1962: “agra”. La sua resta una professione fantasma che non è inquadrata in un sistema di garanzie contrattuali e previdenziali. Eppure i libri tradotti costituiscono una buona fetta del mercato editoriale: il 35,8 per cento dei circa 60mila titoli stampati ogni anno. Ma soprattutto, in un paese che non legge testi in lingua originale, sono quelli più venduti: nella classifica dei primi dieci bestseller del 2012, sei battono bandiera straniera (James con la sua trilogia e poi Follett, Bratley e il dietologo Dukan).

L’ultima indagine europea del Ceatl (Consiglio europeo delle associazioni dei traduttori letterari) assegna all’Italia la maglia nera nella tutela dei suoi traduttori. Poco importa che sia la stessa nazione di Pavese, Pivano, Fruttero. Se un contratto nazionale rimane ancora un miraggio — i compensi sono stabiliti dalla trattativa privata con l’editore — la remunerazione minima degli italiani è superiore solo a quella dei colleghi di Croazia, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. Un traduttore letterario guadagna in media 13 euro lordi a cartella (2.000 caratteri inclusi gli spazi). Decisamente meno di francesi e tedeschi (18-22 euro), svizzeri (35) e britannici (40). Gli operai dell’editoria non ricevono percentuali aggiuntive sul numero di copie vendute dal libro tradotto, a differenza di quanto accade in Austria, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Svizzera. La legge sul diritto d’autore del 1941, che tutela anche i diritti del traduttore, prevede la clausola del «salvo pattuizione contraria» con cui di fatto sono liberalizzate le forme di contratto.

E i traduttori? Tentano almeno di contarsi: forse sono tremila come in Germania, ma non è certo. La Casa delle traduzioni è nata solo un anno e mezzo fa grazie a un lascito testamentario ed è gestita dalle Biblioteche di Roma: ospita professionisti e organizza laboratori. Un vero e proprio sindacato, Strade (Sindacato traduttori editoriali), esiste dal gennaio 2012 e registra appena 200 iscritti. «Iniziamo ora a percepirci come categoria », spiega Marina Rullo, che nel 1999 ha fondato Biblit, forum sulla traduzione letteraria che raccoglie su Internet tremila fedelissimi. «Un lavoro a cottimo, quale è quello nostro, favorisce l’isolamento. È difficile contarsi: molti traducono occasionalmente, fanno altri lavori per sopravvivere. Tutti siamo costretti a ricorrere a un fondo privato di previdenza. Ci siamo fatti da soli una polizza sanitaria integrativa e l’assegno di maternità. Gli editori temono di smuovere le acque e noi non abbiamo sufficiente potere di negoziazione. La speranza è che l’Unione Europea promuova presto l’adozione di un contratto di categoria. Secondo la legge siamo considerati autori a tutti gli effetti, eppure non solo cediamo i diritti sulla nostra traduzione all’editore per vent’anni, ma perdiamo anche i diritti di utilizzazione secondaria: dal nostro lavoro spesso si ricavano audiolibri e sceneggiature senza che noi riceviamo un centesimo. Ci sono colleghi che riescono a ottenere royalties a partire dalle mille copie vendute, ma rimangono mosche bianche».

Ci sono tante mosche nerissime, invece: i sottoproletari che ai tempi della fast-editoria accettano compensi molto più bassi della media pur di lavorare. Anche 4 euro a cartella. «Un grandissimo e storico marchio paga 7 euro lordi a cartella per la sua collana di narrativa dell’infanzia, come se si trattasse di un genere minore» racconta Marina Pugliano di Strade, traduttrice dal tedesco. «Le tariffe in alcuni casi si sono abbassate anche perché il mercato dei libri corre sempre più veloce. Un noto editore romano che esce con molti titoli all’anno fissa un compenso che oscilla tra i 7 e gli 8 euro a cartella. Non solo i tempi di pagamento si sono allungati, ma anche la qualità del nostro lavoro si è abbassata. Molti credono che sia un mestiere che possono fare tutti. Per questo si vedono tante brutte traduzioni in giro». Prima esisteva un rapporto diretto e continuo con il redattore della casa editrice, tra correzioni e revisioni. Ora ci si scambia i pdf via mail una sola volta. «Mi è capitato di non poter rivedere le mie bozze — continua Pugliano — e, peggio ancora, di trovare storpiato il nome sul colofon del libro». Al sindacato hanno una black list di case editrici insolventi: sono nomi della media e piccola editoria con in catalogo, spesso, titoli e autori stranieri di tutto rispetto. Qualche fattura è scaduta da più di un anno.

Chi traduce bestseller lo “stipendio” lo riceve di sicuro, ma senza trattamenti di favore. Enrica Budetta, che ogni anno consegna dagli otto ai dieci titoli, è la “voce” italiana di Clara Sánchez: «I tempi di lavorazione sono abbastanza veloci. Per il nuovo romanzo, Entra nella mia vita (Garzanti, 446 pagine), ho impiegato tre mesi. Il successo o l’insuccesso del libro non ha alcuna ricaduta sul traduttore, se non in termini di circolazione del nome», precisa.

Per tanti editori che dimenticano persino di citarne il nome sul sito web, c’è chi prova a rimediare ai bassi compensi, riservando agli operai della lingua uno spazio più ampio. Due case editrici medio-piccole e molto diffuse come Isbn e minimum fax, per esempio. La prima, in particolare, destina ai traduttori una finestra nell’ultima pagina di ogni libro che permette loro di raccontare brevemente l’approccio all’autore e le difficoltà affrontate nel corso della traduzione. «Il mercato editoriale non è un’industria in espansione», premette Martina Testa, editor di minimum fax, ma anche traduttrice (Vonnegut, Wallace, Lethem). «Di soldi ne girano pochi. Anche se minimum fax stima enormemente il lavoro del traduttore, non si riesce a pagare più di una certa cifra perché i ricavi per una casa editrice come la nostra sono veramente minimi. Il suo riconoscimento professionale però passa anche attraverso altri canali: citando la sua biografia nel testo, facendolo partecipe del percorso del libro che traduce, favorendo un rapporto di confidenza con l’autore, cosa che non sempre avviene nella grande editoria. E poi gli affianchiamo un buon revisore. Tutto questo non integra il suo compenso però concorre a non considerarlo una macchina sforna-traduzioni».

Il sindacato Strade ha raccolto 2.500 firme per chiedere al presidente Napolitano e al governo di creare un fondo di sostegno per la traduzione editoriale sul modello di quello di tanti paesi europei. Un’utopia al tempo della crisi. Ma i traduttori italiani pensano a Oslo 2006.

Quando i colleghi norvegesi scesero in piazza per mesi con le loro vecchie macchine da scrivere. Fermarono tutto e mostrarono alle case editrici come sarebbe stato un mondo senza traduzione.

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