Reblogged: “Translation: An Open Letter to the Editor of La Stampa” – Luca Lovisolo

Here’s more on the lackadaisical (and increasingly low-quality) journalism of La Stampa, one of Italy’s largest (and oldest) newspapers.

In the essay that follows (in Italian), Luca Lovisolo makes painfully clear what happens when journalists pretend to be translators — and how what is lost in translation, with amateurs at the helm, is the quality of information itself.

The article that Lovisolo discusses is an Italian translation of Sin-Ming Shaw’s “The Failure of Hong Kong’s Hollow Leadership.” (The original article can be found here in English and here in the Italian translation.)

In his “Open Letter” to La Stampa’s editors, Lovisolo takes aim at the careless, inept translations in the Italian version — written not by a translator but by a newspaper journalist. Among the writer’s missteps was her decision to refer to Hong Kong’s “Chief Executive” with a frase that means, in Italian, “CEO.” Yes; there are similarities between the words, but Hong Kong isn’t a Fortune 500 company, and it doesn’t have a CEO. It has a political leader who is the representative of the Hong Kong Special Administrative Region of China and head of the Government of Hong Kong: a Chief Executive or, as Lovisolo says, a capo di governo.

Nor does the translator appear to understand the meaning — in the context of previous British control of Hong Kong — of Privy Council. And on it goes for the entire article.

Italy’s Fascist-era anti-defamation laws, which subject whistle-blowers to fines and jail time — even when what they say is absolutely true — have made investigative journalism all but impossible in Italy. Those laws may be the reason Lovisolo avoids naming the Italian journalist/translator in question — because she could sue him for pointing out the blunders in her translation. Doesn’t matter that Lovisolo is right.

No Peanuts! isn’t subject to Italian law and, moreover, is convinced that oppressive, unreasonable, archaic legislation deserves to be challenged until it is changed. In addition, the translator’s name is public information and so we’re naming her here: Carla Reschia.

One thing Lovisolo doesn’t mention — and perhaps he didn’t do so because he knew that newspaper writers rarely get to write their own headlines — is that “fragile leadership” (in Italian) and “hollow leadership” (in English) mean two different things. By “hollow,” Shaw intends that Hong Kong’s leadership is “incompetent,” “deaf,” “out of touch,” indifferent.” He doesn’t mean that it is “fragile,” which means in Italian essentially what it means in English: fragile, puny, weak.

Mistakes like these are why, Lovisolo writes,

it is so important to insist that things be done by those who know how to do them well. Not for the purposes of defending a professional category, but because, if a job is done well by a person who is well capable of doing it, a newspaper will then adequately perform its job of informing the public, sell more copies, and allow growth (in all senses of the word) in a readership that is increasingly willing to buy newspapers. In turn, the newspaper will be able to hire more staff, news dealers will enjoy greater earnings, and on and on.

It sounds like what Lovisolo is describing is a virtuous circle. And one place for virtue to bloom is in the admission that you shouldn’t send a newspaper writer to do the work of a translator.

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Traduzioni: lettera aperta al direttore de «La Stampa»
23.07.2013 alle 12:29

Egregio direttore,

E’ passato qualche mese ma il fatto non perde d’attualità, anche perché si ripete in vari luoghi. Scrivo a Lei perché è accaduto in modo particolarmente vistoso sul Suo giornale – al quale, da torinese emigrato, mi sento legato per molti motivi – e mi ha stimolato pensieri sul rapporto tra i giornali e la traduzione.

Il 30 marzo scorso è uscito su La Stampa a pagina 29 un articolo di Sin-Ming Shaw dal titolo: «La fragile leadership di Hong Kong». L’autore fa un’analisi della situazione economica e politica dell’isola, densa di interessanti considerazioni. L’articolo è frutto di una traduzione dall’originale inglese, pubblicato negli USA. La traduzione è firmata da una non sconosciuta giornalista che qui non citerò, poiché penso che me ne sarà grata. Tale traduzione denota infatti che la giornalista in questione avrà indiscussi meriti in altri campi, ma sui suoi talenti di traduttrice è, per l’appunto, bello tacere.

«La solita difesa corporativa dei traduttori che si sentono sopravanzati da altri professionisti», Lei penserà. Ebbene, ragioni di storia personale e professionale escludono a priori che io possa assumere qualunque difesa corporativa. Le dico io stesso che nemmeno fra i traduttori è facile trovare buoni traduttori: lo stato della categoria è lamentevole, con tanta prosopopea corporativa (piuttosto diffusa in Italia, del resto) e facoltà universitarie che formano professionisti preparatissimi per le esigenze di trent’anni fa. Ma questi sono altri discorsi. Non è difficile, però, mi creda, trovare fra i traduttori un professionista capace di fare meglio di quanto si è letto il 30 marzo su La Stampa.

Dall’articolo tradotto si apprende innanzitutto che Hong Kong ha un «amministratore delegato.» Hong Kong non è una società per azioni con un consiglio d’amministrazione, ma una regione ad amministrazione speciale della Cina. E’ vero che in inglese la carica in oggetto si chiama Chief Executive, ma la Sua improvvisata traduttrice non è andata più in là di ciò che ha trovato sul dizionario (se ha cercato). Il lettore di lingua italiana, così, non legge che si sta parlando di un uomo di Governo, cioè di un’autorità pubblica (la più importante dell’isola), ma pensa che ci si riferisca al dirigente di una società privata. Il predecessore nella stessa carica, peraltro, poche righe dopo viene definito «capo esecutivo!» Si parla della stessa funzione, che nella traduzione cambia improvvisamente nome, ma per chiarezza verso il lettore italiano bastava scrivere «capo del Governo locale» o, come usa anche per le Regioni italiane, «governatore.»

Lo scempio prosegue con il «servizio professionale pubblico,» che altro non è se non la pubblica amministrazione di Hong Kong che più avanti diventa addirittura «servizio pubblico,» espressione che per il lettore italiano significa tutt’altro. Ed ecco poco dopo una vera chicca: il Civil Service di Hong Kong, ossia gli impiegati pubblici dell’isola (per sincerarsene basta sfogliare il rispettivo sito Internet) diventa «servizio civile,» che per chi legge in italiano è il servizio prestato dagli obiettori di coscienza in alternativa al servizio militare (quando c’era), mentre nell’articolo ci si riferisce semplicemente agli impiegati dello Stato.

Non voglio concludere senza citare la traduzione del Privy Council, reso con «Consiglio privato del Regno unito» e ben poco comprensibile al lettore: lo sarebbe diventato un po’ di più se la sventurata traduttrice avesse usato la denominazione corretta di «Consiglio privato di Sua Maestà» o meglio l’avesse lasciato in inglese e aggiunto una nota esplicativa, come sa fare ogni traduttore di mestiere, anche alle prime armi.

Gli errori sono gravi e ricorrono in più punti, perciò non sono distrazioni scusabili con la fretta: manca la tecnica, caro Direttore. Tralascio le innumerevoli frasi tradotte riproducendo pedissequamente la sintassi e le espressioni idiomatiche dell’inglese, ma una devo citarla: «Hong Kong è di fronte al pericolo chiaro e presente che la bolla immobiliare scoppi facendo piangere tanta gente.» Possibile che una giornalista di vaglia non trovi di meglio?! Non sappiamo se gli abitanti di Hong Kong piangeranno a causa della bolla immobiliare, ma certamente nel frattempo piangiamo noi, leggendo questa traduzione, che termina con uno stupendo: «…a meno che non si riesca a resettare l’amministrazione». Mi dia retta, Direttore, resetti questa traduttrice e la rebooti affinché si limiti a fare semplicemente la giornalista.

Anche nella più sgangherata delle scuole, un traduttore che presentasse un compito così verrebbe bocciato. Se un giovane traduttore cercasse lavoro facendo una prova di questo livello, riceverebbe un reprimendum tale da fargli dimenticare per tutta la vita il sogno di fare traduzioni. Non si tratta solo di cattiva prosa, ma di pesanti distorsioni del contenuto.

Eppure questa non è una difesa corporativa, dicevo. Perché Le scrivo? In casa mia, da ragazzo, la lettura de La Stampa era una specie di rito religioso quotidiano. Se oggi lavoro occupandomi di cose internazionali lo devo non poco a ciò che seminarono in me le mitiche pagine degli «esteri» de La Stampa, che leggevo con avidità già da adolescente, attratto dalla bravura degli inviati e corrispondenti che scrivevano già allora per il Suo giornale. Che cosa semina un articolo come quello di cui ho appena parlato qui, in chi lo legge? Nulla, semplicemente perché non ci si capisce nulla.

Ecco perché bisogna pretendere che le cose siano fatte da chi le sa fare: non per difendere una corporazione, ma perché se un lavoro è fatto bene da chi ne è capace, il giornale fa bene il suo lavoro d’informare, vende più copie, fa crescere i suoi lettori (in tutti i sensi) che lo compreranno più volentieri, allora il giornale assumerà più impiegati, gli edicolanti guadagneranno di più eccetera eccetera. Quando al posto giusto viene messa la persona giusta, diventiamo tutti più ricchi e migliori. Si chiama crescita comune, Direttore, e Lei lo sa. Per questo motivo, la prossima volta, per tradurre un articolo da pubblicare sul Suo giornale chiami semplicemente un bravo traduttore. Ci vorrà un po’ a trovarlo, ma so che ce ne sono di eccellenti anche nella Sua (nostra) Torino.

Un saluto cordiale da Lugano.

© 2013 Luca Lovisolo

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Lovisolo’s follow-up to his “Open Letter” is at: http://www.k-kommunika.ch/lavoro-traduttore/aggiunta.html.

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2 Responses to Reblogged: “Translation: An Open Letter to the Editor of La Stampa” – Luca Lovisolo

  1. Complimenti per la lettera. Sarebbe bello sapere se il direttore de “La Stampa” si è degnato di rispondere e che cosa ha risposto.

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