Lettera a un giovane traduttore (la saga Faligi) – Isabella Zani

«Guai a colui … che fa lavorare il prossimo per nulla,
non gli paga il suo salario…» (Geremia, 22,13)

Chi mi conosce, in special modo tra i colleghi traduttori ma non solo, sarà forse al corrente degli antefatti che legano il mio nome a quello di un «editore» valdostano. Chi invece non fosse al corrente può informarsi qui: http://nopeanuts.wordpress.com/resistance/pugno-di-ferro.

Sono passati quasi tre mesi dalla risposta che ho indirizzato allo studio legale dell’«editore», e né lo studio legale stesso, né l’«editore» si sono più rimessi in contatto con me. So però che l’«editore» non desiste dalle proprie battute di caccia al traduttore (trovando purtroppo anche degli imitatori), e pochi giorni fa ho ricevuto questa e-mail (non è importante il chi, ma il cosa):

Il 11 giugno 2012 20:36, C.F. ha scritto:

Ora, sono stato contattato la settimana scorsa dall’editore in questione in merito alle loro selezioni per traduttori. In quanto laureato in lingue e letterature straniere l’ambito delle traduzioni è sempre stato tra le mie prospettive di lavoro principali e quella proposta mi era sembrata una ottima occasione di mettere a frutto le mie esperienze. Tuttavia la lettura dei diversi articoli [da lei tradotti, ndr] mi ha profondamente sfiduciato… vorrei un suo parere personale sulla serietà e sulle reali possibilità della proposta.

e ho pensato che forse la risposta privata che stavo per inviare a C. poteva utilmente diventare una risposta pubblica (malgrado questa mia decisione abbia provocato un grave ritardo, del quale mi scuso). Ma infine:

Caro C.,

personalmente mi dispiace molto di aver causato un senso di sfiducia, in te o in chiunque altro sia molto più giovane di me, d’età e di mestiere, e coltivi la speranza di fare il traduttore editoriale.

Ma per dire pane al pane senza tante cerimonie, questo «editore» non ti offre «un’occasione»: se la proposta rivolta a te è la stessa che i signori pubblicano sul loro sito e a scadenza periodica anche altrove, questo «editore» ti chiede dei soldi per farti lavorare gratis, e per un periodo indefinito. A un testo che non si sa se sarà pubblicato; che se lo fosse (in formato esclusivamente elettronico, come e-book), ha scarsissime possibilità di essere venduto; e che, quindi, non si tramuterà per te in alcuna occasione, di visibilità e tanto meno di guadagno.

Questo «editore», già da un pezzo, ha individuato nel bisogno di esperienza e nella fame di lavoro degli aspiranti traduttori editoriali la sua gallina dalle uova d’oro.

Attira persone come te, giovani o meno giovani ma soprattutto inesperte riguardo al funzionamento dell’editoria libraria e alle prassi normative che lo regolano; e in cambio di denaro, nel corso di un creative meeting di circa tre ore racconta loro diverse cose, ma soprattutto che in Italia, per i traduttori editoriali, la legge prevede un compenso tramite royalty: cioè, una partecipazione ai ricavi della vendita di ciascuna copia del libro tradotto, sotto forma di percentuale sul prezzo di copertina (o di download).

Quindi procede ad assegnare ai partecipanti ai meeting un saggio di traduzione; e in base a questi saggi seleziona alcuni fortunati a cui affidare, previa firma di un «contratto», interi volumi da tradurre e poi pubblicare (forse) in forma elettronica. Dunque l’aspirante traduttore paga per partecipare al meeting; si paga ovviamente il viaggio per raggiungere il luogo del meeting stesso; poi torna a casa e lavora gratis per giorni o settimane al saggio di traduzione; poi, forse, sarà selezionato grazie alla validità della sua prova, e in quest’ultimo caso firmerà un «contratto» che gli consentirà di lavorare gratis qualche altro mese alla traduzione di un testo qualsivoglia; quindi consegnerà, e infine…

Infine? Non si sa. Sì, l’«editore» vende e-book, raccolti in un catalogo ampio quanto fantasioso. Tuttavia, se non è difficile trovare in giro per il web testimonianze di traduttori sulla sequenza di fatti che ho appena descritto, per il momento rimane impossibile leggere di esperienze felicemente concluse: traduzioni assegnate, svolte, pubblicate, vendute e i cui proventi sono stati ripartiti con soddisfazione di tutti. Colleghi traduttori editoriali che avete lavorato o lavorate per l’«editore», se questa esperienza vi ha dato soddisfazioni letterarie, vi ha aiutato nella carriera e vi ha portato dei guadagni, non importa di quale entità, fatecelo sapere: non chiediamo di meglio. Al momento, però, queste voci tacciono.

E nell’attesa di udirle, caro C., lascia che provi a raccontarti come funziona veramente questo mestiere, per me e per gli altri colleghi più o meno affermati nella traduzione letteraria/editoriale ma che tutto sommato lavorano regolarmente.

Un editore italiano compra da un editore, da un agente o da un autore straniero i diritti di traduzione in italiano di un testo in lingua straniera. Chiama un traduttore e gli propone il lavoro; se non lo conosce gli affida un breve saggio di traduzione, ma talvolta lo fa anche se già lo conosce, perché non ogni testo è nelle corde di ogni traduttore. Se il saggio piace, traduttore ed editore si accordano su tariffa e tempi di consegna: da lunga consuetudine, il compenso del traduttore viene stabilito in una somma di euro a cartella – cioè a pagina dattiloscritta di duemila battute: il numero non è scolpito nella pietra, ma qui sto cercando di semplificare – al lordo delle tasse dovute, moltiplicata per il numero totale di cartelle della traduzione una volta completata. Ancora più in breve: cento cartelle di traduzione finita, per quindici euro lordi a cartella, uguale millecinquecento euro lordi di compenso al traduttore, a trenta, 45, 60 giorni dalla consegna (nell’esempio, fanno 1.275 euro netti di ritenuta Irpef che è a carico del committente, cioè dell’editore). Insomma il traduttore lavora, consegna, attende qualche settimana o mese, viene pagato, e il destino commerciale del libro non lo riguarda più. (Tranne in casi, più rari una volta, felicemente più frequenti ora, dove l’accordo fra traduttore ed editore prevede sia una retribuzione come l’ho appena descritta, sia una parte di royalties, cfr. sopra). Ma in generale, e per lo più, funziona così: c’è un professionista che lavora, e per questo viene pagato. Somiglia all’offerta che hai ricevuto dall’«editore»? Ti si propone la certezza di un impegno contro la certezza di un compenso?

L’«editore» di cui stiamo parlando non fa nulla di illegale, per usare una parola forte. Ma usa gli «incontri» che organizza a pagamento per ottenere una prestazione professionale di alto livello, quale è la traduzione di un testo letterario, gratuitamente, senza offrire alcuna garanzia di compenso, e dietro vaghe promesse di partecipazione agli utili. Nemmeno mente, il nostro «editore», quando dice che la legge italiana sulla tutela della proprietà intellettuale – che equipara autori e traduttori – prevede per questi ultimi un compenso in royalties. Quel che il nostro omette di dire è che la legge stessa prevede per i traduttori anche la possibilità del compenso «a stralcio», cioè quello che ho descritto, e ovviamente anche del compenso misto di cui ho parlato fra parentesi tonde; e sorvola agilmente sul fatto che da una parte nessun editore cartaceo o elettronico di minima qualità, credibilità, serietà e prestigio dà lavoro a un traduttore senza garantirgli un compenso certo, alto o basso che sia, e che dall’altra nessun traduttore di minima qualità, credibilità, serietà e consapevolezza del proprio valore – così come nessun altro lavoratore – accetterebbe mai di lavorare gratis.

Non è questa, ora, la sede per approfondire questioni contrattuali, retributive, fiscali che riguardano il lavoro vero dei traduttori veri e il loro rapporto con i loro committenti: non è un letto di rose, i problemi e i conflitti sono tanti, la consapevolezza cresce e dovrà continuare a crescere in entrambe le categorie nella normale dialettica per cui gli editori fanno il loro mestiere di imprenditori e i traduttori cercano di fare il loro di professionisti della parola scritta. Ma oltre alle norme, pur sacrosante, esistono anche le consuetudini. E giudicare chi si ha davanti secondo la sostanza delle sue proposte non è difficile: chi cerca di farti lavorare gratis non è una persona perbene.

In bocca al lupo per il tuo futuro,

Isabella

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7 Responses to Lettera a un giovane traduttore (la saga Faligi) – Isabella Zani

  1. Pingback: Traduttori, non accettate le briciole! | operaidelleditoriaunitevi

  2. Nicola D'Agostino says:

    Sebbene vi siano differenze tra i due ruoli; analoghe situazioni si verificano per il redattore. Si procaccia manovalanza intellettuale ricorrendo alla subdola pratica dell’illusione che – purtroppo, oggigiorno – ha uno stretto rapporto con un diritto negato che non è quello del lavoro, bensì la speranza di trovarne uno a condizioni quantomeno decorose.
    Grazie per questo coraggioso resoconto contro l’ipocrisia di un mondo lavorativo privo di ogni valore etico!

    • Melissa says:

      Gentili Isabella e Nicola,
      ho letto molto sulle esperienze dei traduttori in Faligi, ed è evidente che questa casa editrice non è proprio un esempio di virtù.
      Tempo fa ho risposto ad un loro annuncio in cui si cercavano redattori ed articolisti per una rivista internazionale, e sono stata contattata per un colloquio nella loro sede di Aosta, che non è proprio dietro l’angolo, ma questo sarebbe il meno.
      Quello che vi chiedo è se, sulla base delle vostre esperienze, sapete cortesemente darmi informazioni in merito al loro modo di operare con redattori e articolisti. Dal post di Nicola mi sembra che le cose non siano molto diverse rispetto al trattamento riservato ai traduttori…
      Sinceramente, essendo disoccupata, eviterei di perdere tempo e soldi per andare ad un colloquio e sentirmi dire che posso lavorare per loro, ma praticamente gratis, o peggio dover tornare per un corso a pagamento.

      Vi ringrazio!

      • Nicola says:

        Melissa,
        il mio intervento si presta a essere equivocato: difatti, non ho mai avuto alcuna esperienza lavorativa con Faligi. Mi riferivo a case editrici il cui modus operandi è simile – sia per i traduttori che per i redattori – per come è stato descritto da Isabella…
        Non so cosa suggerirti al proposito; dovresti attendere una risposta da parte di Isabella. Una cosa, però, sento di dirtela: prima di assumere impegni, chiedi quali sono le reali condizioni economiche che sono disposti a offrirti con un regolare contratto…

  3. Iris Steiner says:

    Grazie di averlo pubblicato. :-)

  4. Io sono caduta nella trappola dei 160 euro per il corso a Chivasso e per la traduzione di 40 cartelle gratuitamente. Sono stata selezionata per tradurre un libro di 243 pagine entro il 25 gennaio 2014. Ho con me una copia del contratto che in effetti non ha ispirato alcuna fiducia in nessuno dei miei famigliari che l’abbia letto. Grazie a voi ho scampato questo imbroglio, a cui stavo per cedere di fronte all’assenza di altre possibilità di lavoro per me che sono neo laureata in Lingue. Grazie di averlo pubblicato!!!! Eloisa

  5. Nicola says:

    Ho riletto ciò che ho scritto parecchi mesi fa grazie alla notifica di quest’ultimo commento. La considero un’occasione per confessare una debolezza.
    Alcuni mesi fa necessitavo di una traduzione (40 cartelle) per motivi di studio. Ero intenzionato a ricorrere a un traduttore professionista, pagandolo per come era giusto che fosse.
    Poi, mi sono perso nel mare magnum del precariato editoriale e ho ricevuto offerte di ogni genere: traduttori che offrivano analoghe prestazioni a tariffe particolarmente basse… Che fare? Ho contrattato e scelto di pagare meno, strappando 5 euro a cartella.
    Nulla di disdicevole, ma ho compreso a fondo la questione quando la settimana scorsa ho accettato la proposta per un editing a un prezzo irrisorio, raggiunto dopo una lunga contrattazione. Mi sono indignato.
    Il problema originario va ricercato nel cosiddetto mercato del lavoro…

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