Si smetta, per favore, di aiutare

[Read it in English.] Il 14 aprile 2012 si terrà, a Milano, l’ennesimo “workshop” sulla formazione del traduttore, ormai il chiodo fisso di un vetusto, apparentemente eterno approccio alla professione.

Si parlerà di come vendere i propri servizi. Ci sarà il solito discorso di un contabile su come fatturare e su come risolvere “problematiche fiscali per traduttori e interpreti.”

Si parlerà “dell’importanza dei CAT,” quei software che, forse più di qualsiasi altra cosa, hanno consegnato nelle mani delle agenzie uno strumento essenziale per spingere il traduttore ad abbassare le tariffe, lavorare verso lingue che non sono la propria (tanto, c’è la TM, no?), e firmare traduzioni imbarazzanti pur di rispettare il lessico tramandato da computer a computer come Mosè con le tavole della legge. (Sulla stessa falsariga, leggete questo eccellente articolo di Kenneth Kronenberg, “Translation in a Corporate Era of Productivity at All Cost,” un intervento al convegno della New England Translators Association, maggio 2011.)

Costa soltanto €165,00 a persona, questo seminario – ovvero €23.57 all’ora, una cifra che ben pochi traduttori riescono a pretendere — e propone una risposta a domande esistenziali del tipo: “Chi sono io? Dove voglio andare?”

Ironia a parte, il corso prevede anche un intervento da parte di Sandra Bertolini, la presidente di AITI (Associazione Italiana Traduttori e Intepreti), e di Gianni Davico, “socio fondatore di Tesi & Testi, azienda di traduzioni” di Torino.

Ed è qui che cominciano le perplessità.

Prima, però, l’elenco completo dei contenuti del corso:

1. Che cos’è e che cosa fa un traduttore?
2. Come si diventa traduttori?
3. Chi sono io? Dove voglio andare?
4. Che cos’è e come funziona un’agenzia di traduzioni
5. Contabilità: fatture, ricevute e dintorni
6. L’importanza dei CAT. Differenza tra TM e MT
7. Come si scrive un CV e come lo si presenta
8. Come si vendono i propri servizi: strumenti di marketing online e offline
9. Come si stabiliscono i propri prezzi
10. Come si scrive un preventivo
11. I colleghi. Associazioni di categoria, mailing list, siti, blog, social network, conferenze (con la partecipazione di Sandra Bertolini, Presidente di AITI)
12. Risorse per approfondimenti

Non vi sembra che ci siano delle lacune, della omissioni in questo elenco? Insomma, come mai non c’è traccia delle parole “freelance” oppure “professionale”? Non è di questo che si tratta?

Come mai non ci sono considerazioni come:

  • Cosa si deve fare per prepararsi, per formarsi come traduttore, per diventare un vero professionista che NON si impara seduti per sette ore nella sala convegni di un hotel? (Ad esempio: scrivere nella propria lingua madre come un vero e proprio artista della parola, ampliare quotidianamente il proprio lessico, leggere profusamente nelle lingue di partenza e di arrivo, e aggiornare costantemente i propri orizzonti culturali….)
  • Come smettere di sprecare tempo con i curricula e cominciare a scrivere brochure e materiali di marketing efficaci: non sto sperando che qualcuno mi assuma; sto offrendo un servizio professionale a clienti potenziali.
  • Siccome la stragrande maggioranza di traduttori è formata da freelance e, quindi, piccoli imprenditori: come si fonda una piccola impresa, come la si mantiene, e come farsi promotore della propria attività.
  • Come smettere di scrivere e leggere articoli che si lamentono della vita agra del traduttore e che (con buona pace di Amleto) non fanno altro che “dell’ azione perdere anche il nome….”
  • Come prendere atto che si tratta di un lavoro molto duro e spesso pagato male, e di una professione senza tutela e senza deontologia, dove nuovi traduttori inesperti arrivano con il gommone e la concorrenza sleale dilaga … in gran parte perché si continua a farsi pagare per seminari e corsi in cui MAI SI PARLA ONESTAMENTE di queste cose.

Altro che risorse per approfondimenti….

Ma quello che rimane particolarmente sul gozzo è l’idea che il titolare di un’agenzia di traduzioni dia lezioni ad un’aula piena di aspiranti traduttori, tra cui “cos’è e come funziona un’agenzia di traduzioni,” come se fosse lì, nel rapporto agenzia/traduttore, il succo della professione e la speranza del traduttore, anziché un binario morto sul quale si incagliano non poche carriere.

Nelle migliori delle ipotesi, si tratta di un conflitto d’interessi per Tesi & Testi – una cosa alla quale l’AITI, per tutte le opere pie dell’organizzazione (le quali non mettiamo in dubbio), non si sarebbe dovuta prestare e non avrebbe dovuto avallare con la presenza della sua presidente. Nelle peggiori, si tratta di un cinismo consapevole e un’insistenza premeditata sullo stesso identico modello che sta lentamente strangolando la professione.

E cosa ci possiamo aspettare adesso? Marchionne che mi mette a insegnare come diventare sindacalista?

Il futuro non si troverà a Milano il 14 aprile. Il futuro invece è qui: Da traduttori per traduttori.

Come dice un detto in inglese: “Se continui a fare ciò che hai sempre fatto, continuerai ad avere ciò che hai sempre avuto.” La vita del traduttore minaccia di diventare del tutto insostenibile, e la risposta del corso a Milano è di darci da mangiare un piatto abbondante di quello che abbiamo sempre avuto.

Non sarebbe la volta buona per dire, con Oliver, “Per favore signore, NON ne vogliamo più”?

Organizzatevi. Mobilitatevi. Occupy.

About these ads

About No Peanuts! for Translators

No Peanuts! supports professional translators & interpreters in demanding & receiving a living wage for their work.
This entry was posted in Resistance, Respect, The Sustainable Translator and tagged . Bookmark the permalink.

20 Responses to Si smetta, per favore, di aiutare

  1. Pierluigi Guidi says:

    D’accordo su tutto, tranne che su questa frase “nuovi traduttori inesperti arrivano con il gommone e la concorrenza sleale dilaga”… Il problema non sono i nuovi traduttori inesperti, la concorrenza sleale la fanno soprattutto i traduttori esperti, e spesso e volentieri sono proprio gli stessi che predicano su tariffe e condizioni di lavoro. Ne ho avuto la prova certa pochi giorni fa, ad opera di una collega (tra l’altro socia AIIC) che si è sempre presentata come paladina delle tariffe e che non pensava che il suo giochetto prima o poi venisse a galla…

    • D’accordissimo anche noi, e abbiamo visto la stessa identica cosa: colleghi che predicano l’importanza di mantenere le tariffe alte e poi offrono ai loro collaboratori delle cifre di fame. Cio’ non toglie, pero’, che la maggior pressione deriva dai nuovi arrivati che accettano “qualsiasi cosa,” pur di lavorare, e cosi’ facendo contribuiscono in un modo notevole all’andazzo delle tariffe.

  2. Raffaele Tutino says:

    Oh, finalmente si dicono le cose così come sono!

  3. Sono d’accordo, i tanti iscritti al mio corso di diritto per tradurre, arrivati all’insegna del «finalmente qualcosa di diverso». confermano il bisogno di andare oltre, con le iniziative di formazione; ci provo in tutto ciò che scrivo e faccio e posso solo concordare. Mi sembra inadeguato però il riferimento a un’organizzazione e a persone precise. Il problema esiste, ma lo si può mettere in rilievo anche evitando la citazione diretta di persone e attività – con le quali sottolineo di non avere alcun legame o interesse – presumendo quasi la loro malafede. Il dato di partenza, nel giudizio verso gli altri (se è strettamente necessario pronunciarne uno) dovrebbe essere la buona fede, sino alla prova del contrario. Buon lavoro.

    • Possiamo capire il tuo punto di vista, ma non lo condividiamo. Tra le altre cose, la sensazione di disagio che si prova a vedere i nomi altrui e’ un automatismo del tutto italiano. Bisogna invece fare i nomi, sempre. La luce del sole rimane il miglior antisettico. Le due persone nominate sono viste come esperti autorevoli nel settore della traduzione. Lei e’ la presidente di AITI; lui e’ da anni coinvolto nell’associazione, presenta ai loro convegni nazionali, e ha scritto il libro _L’industria della traduzione._ Non e’ fuori luogo mettere in dubbio certe delle loro decisioni. L’AITI, che sappiamo noi, non ha mai intervenuto ufficialmente o al livello nazionale sul problema delle tariffe o del rapporto impari e ingiusto tra traduttori e le agenzie (e case editrici) italiane. Questi sono problemi ben piu’ importanti, a nostro vedere, che “come scrivere un curriculum.” La situazione in cui il traduttore si trova oggi non si risolve con il solito discorso su come entrare nel “mercato” o far parte “dell’industria” (cosi’ come’e) ma attraverso un nuovo percorso che noi abbiamo chiamato “da traduttori per traduttori.” Quando a Milano gli “esperti” si mettono ancora una volta ad insegnare, e’ legittimo chiedere: ma queste nuove voci, questi nuovi approcci, dove sono?

  4. Luigi Muzii says:

    Molto semplicemente, la formazione permette di riciclarsi abilmente proprio con i colleghi, anziché affrontare il vero mercato, così come le invettive demagogiche condotte su blog di facile presa permettono di acquisire consenso e l’offerta, sempre ai colleghi, meglio se “fiduciosi”, di servizi estranei al proprio “core business”, per i quali non si è davvero in grado di affrontare il mercato vero. Tutto già abbondantemente visto e banale. Ah, dimenticavo, ovviamente ci sono i soliti “contrarian” con cui prendersela, tanto per andare sul sicuro. Altro che pagliuzza e trave…

    • Grazie di aver fornito ampie prove del punto fondamentale. Tutto questo parlare del “mercato vero” e le offese altrettanto demagogiche altro non e’ che l’apologia dell’ancien régime. Visto e banale? Ma stai parlando di noi o delle stesse identiche frottole su come “adeguarsi al mercato”, “il cliente non ha bisogno di essere ‘educato’”, “diventate la rotella docile nell’ingranaggio dell’industria”? Una presa piu’ facile non mi viene in mente.

    • Remo Ponti says:

      Su questo punto non sono d’accordo, fare formazione su una certa professione, venendo da quella professione, non è “riciclarsi” ma mettere a disposizione la propria esperienza e/o competenza. E anche in questo modo si “affronta il vero mercato” perché se uno racconta fuffa o cose inutili/banali stai certo che le voci si spargeranno molto rapidamente e questo signore resterà con le aule vuote. Non capisco quindi questo astio verso la formazione dei traduttori fatta da traduttori, quando in molti altri settori, vedi il mondo dell’ICT è del tutto normale, funziona e nessuno si straccia le vesti, anzi.

      • Anna Russo says:

        Ciao Remo, non so quanto sia utile fare paragoni con il mondo dell’ICT, dato che il mercato delle traduzioni in Italia è uno dei più arretrati in assoluto. Un mercato retrivo di solito si serve di strumenti retrivi.
        Vero, in molti casi è importante che il corpo docente provenga dal settore, ma ho notato che il livello di preparazione di qualche operatore, proveniente da questo filone, spesso è inadeguato e i materiali utilizzati sono scadenti, perché mancano le competenze. Ad essere trascurati sono proprio gli aspetti pratici, che nel mondo “reale” sono indispensabili per poter operare. Con un po’ di fortuna si trova il corso giusto, o quello che almeno fornisce qualifiche spendibili dal punto di vista lavorativo, ma affidare le proprie speranze unicamente ad essa può essere dannoso.
        Le mailinglist pseudo-professionali, con i loro consigli vetusti ripetuti ossessivamente come un mantra, hanno fatto il loro tempo; d’altro canto, con l’avvento di FB e dei blog, è diventato ancora più facile autoproclamarsi esperti in qualcosa e proporsi come formatori.
        In generale, ho l’impressione che i ruoli e i profili delle persone coinvolte nella formazione non siano sempre molto chiari, il che rende difficile esprimere un giudizio sulla proffessionalità di quanti si assumono il compito di trasferire e sviluppare competenze professionali in prima persona. In mancanza di certificazioni serie e di tutele, bisognerà ancora andarci cauti;-)
        Il discorso sulla trave sarebbe lungo, ciò non toglie che sia sempre attuale e validissimo: per evitare di incappare nei soliti vizi, forse basterebbe spiare meno gli altri e smetterla di interessarsi dei loro affari.

  5. Luigi Muzii says:

    Ricketts, le offese le ha profferite solo lei, tanto per offrirci la solita novità, offrendo il meglio e il peggio di sé, e dimostrando di essere ancor meno che banale. Se si confrontasse quotidianamente con la concorrenza con cui si confrontano i traduttori italiani, avrebbe ben poco tempo per pontificare da posizioni privilegiate, ben sapendo che il suo contributo è pari a zero per il settore, ma preziosissimo per la sua vanagloria e il suo narcisismo.

    • 1. Noi fondatori di No Peanuts! lavoriamo tutti da o verso italiano. La maggior parte degli Endorser di No Peanuts! e delle quattromila persone che ci seguono su Facebook sono traduttori italiani e i loro clienti sono italiani. Noi che traduciamo DALL’italiano, ti posso assicurare, “confrontiamo quotidianamente con la concorrenza con cui si confrontano i traduttori italiani,” non soltanto perché i nostri clienti sono italiani ma perché spesso i traduttori italiani—quelli che lavorano verso lingue non madre—SONO la nostra concorrenza. Quindi, nonostante le frottole che ti racconta il tuo prodigioso ego, non sei l’unico al mondo a capire il mercato italiano. Lavoriamo tutti nella stessa identica realtà e la capiamo quanto te. Anzi, direi meglio.

      2. La concorrenza italiana e il mercato italiano li avete creati voi – tu e chi come te che ha ignorato, anno dopo anno e nonostante le grida e gli allarmi, lo stato di emergenza in cui ci troviamo. Quando gruppi di traduttori hanno detto ripetutamente: bisogna resistere, bisogna combattere, bisogna organizzare, bisogna contrastare il potere delle agenzie e delle case editrici, bisogna affrontare in un modo collettivo queste problematiche perché siamo in pericolo e stiamo perdendo vertiginosamente quota, voi cosa avete fatto? Ci avete dato degli agitatori, degli emarginati, dei pontificatori, dei dilettanti, dei falliti. Oh, aspetta, non è esattamente quello che hai appena fatto con questo tuo ultimo commento? Ma ogni tanto, Muzii, si cambia tattica…

      C’è gente anche molto brava, con anni di esperienza alle spalle, che non riesce più a guadagnarsi da vivere per via dell’andazzo del tuo tanto vantato “settore.” Voi avete qualche risposta umana da dare loro? Sapete spiegare perché avete categoricamente rifiutato qualsiasi azione “politica”, consigliando invece e sempre l’acquiescenza, la remissività? Adesso cosa ci possiamo aspettare da te e dai tuoi seguaci? La risposta tipica di chi difende lo statu quo: “adeguarsi”?

      Lo statu quo non sta funzionando, non so se l’hai notato. E siete voi che avete bloccato, criticato, e ostacolato ogni tentativo di resistere e di rispondere per salvarci la pelle.

      3. Insisti — senza uno straccio di prova — che in qualche modo gli sforzi di No Peanuts! sono serviti alla nostra “gloria” (vana o meno). Non aspetterei altro da persone che riescono a valutare la vita soltanto in termini di soldi e di fama. Intanto, credi quello che ti pare. In realta’, nessuno di noi ha guadagnato una lira dal nostro attivismo, e invece abbiamo pagato un caro prezzo. Ma per le 158,057 persone che hanno letto il nostro blog dal 2010 ad oggi, forse abbiamo anche offerto qualcosa di utile.

      4. Parlando del quale: Se il mio e il nostro contributo è pari a zero, come mai continui a commentare?

  6. Intervengo ancora perché state combattendo una battaglia che condivido, ma con mezzi che rischiano di non portarvi fortuna. Non risulta che fuori d’Italia si contribuisca alla crescita comune scrivendo attacchi personali: ne ho trovati a bizzeffe, invece, studiano la stampa del peggior passato europeo, dal fascismo italiano al comunismo romeno, e garantisco che non hanno migliorato le fortune del loro tempo. Non si tratta di disagio ma di metodo analitico; non di tacere nomi e cognomi per ipocrisia, ma di applicare quella capacità di astrazione necessaria a oggettivare un tema per renderlo di utilità generale e non sminuirlo ad attacco soggettivo.
    L’esigenza di rinnovamento è sotto gli occhi di tutti, ma esprimerla criticando un’iniziativa individuale senza avervi partecipato e senza sapere cosa ci sia realmente dietro a un «come scrivere un curriculum», riduce una buona battaglia alla stregua di una rissa condominiale, oltre a esporvi al rischio che qualcuno la prenda male e vi obblighi (con metodi spiacevoli ma legali) a umilianti rettifiche o anche al silenzio (ripeto, non ho legami o interessi con gli interessati).
    Equilibrare il rapporto fra traduttore e agenzie o case editrici è indispensabile: per riuscirci è necessario formare la sua consapevolezza professionale, proprio sotto questo profilo l’iniziativa che criticate, rivolta ad aspiranti traduttori, potrebbe avere dei meriti, incluso quello di far capire a qualcuno che forse è meglio cercarsi un altro mestiere, contribuendo a liberare il campo da qualche equivoco.
    Anche le agenzie hanno molta strada da fare, ma soprattutto per i più giovani restano un attore irrinunciabile del mercato, e molti se ne fanno stritolare proprio perché non ne conoscono il funzionamento. E’ lodevole lanciare un programma che supporti i traduttori nel cercare metodi di lavoro diversi dal modello di business consolidato, come state facendo voi, ma i giovani neolaureati o senza esperienza conoscono i maggiori costi e i diversi rischi di responsabilità civile ai quali si espongono, lanciandosi senza intermediazioni nel confronto con i clienti diretti? E’ utile e realistico credere che oggi un’associazione professionale possa intervenire sulle tariffe? Come inizia la sua impresa un traduttore che non è minimamente informato in prima persona sui suoi obblighi amministrativi? Bastano poche righe per elencare argomenti a favore dei vostri apprezzabili obiettivi e sui quali si potrebbero scrivere articoli e libri interi costruttivamente, senza bisogno di attaccare nessuno.
    Chi fa formazione per propri colleghi si prende una bella gatta da pelare: è un lavoro entusiasmante, ma, come dice Remo, espone a critiche puntuali e capaci di far scomparire un cattivo docente dalla faccia della terra dopo poche ore di lezione. Le tante iniziative di formazione curate da professionisti restano a oggi (non solo nel nostro settore) la strada principale per risolvere i problemi che voi indicate e tutti conosciamo, che sono comuni a molte categorie professionali, in un mondo che cambia rapidamente e dove le scuole, prigioniere della loro istituzionalità, faticano a seguire il cambiamento. Dietro a queste iniziative c’è chi rischia soldi e faccia, proponendo corsi che possono senz’altro avere dei limiti, ma forse per qualcuno sono un primo spunto per iniziare a pensare di crescere. Per chi ha idee migliori, non è mai stato così facile come oggi tradurle in pratica e dimostrare la loro validità sul campo, senza bisogno di attaccare, occupare o mobilitare nessuno. Buon lavoro verso la realizzazione dei vostri propositi.

  7. Nouvelle Trad says:

    Trovo questo articolo molto interessante, e sinceramente al termine della lettura e a seguito di ponderate riflessioni ciò che mi rimbalza in testa non sono tanto i nomi degli interessati (che per ovvie ragioni tra due minuti dimenticherò), quanto tre concetti a mio avviso essenziali.
    Il conflitto di interesse di cui si parla è di fatto evidente, andrebbe approfondito e discusso più ampiamente. Però ci tengo a precisare una cosa: non sono del tutto convinta che queste non possano costituire delle giornate formative (fosse solo per l’opportunità di confronto e di scambio di esperienze di cui all’inizio – e mi auguro anche in seguito – si è affamati e per la possibilità di fare networking). Uscire dall’università, determinati come si è ad intraprendere una professione, e trovarsi catapultati in un mondo nuovo di cui non si era a conoscenza non è cosa semplice. Pertanto, scansati da una parte i docenti che vivono ancora in una campana di vetro e che alla richiesta di un consiglio sfoderano l’arma dello sguardo diffidente e aggirati quelli troppo gelosi per trasmettere il proprio sapere alle nuove leve, workshop di questo tipo possono effettivamente essere uno spiraglio di luce. Piuttosto, concordo con l’idea che il prezzo/giornata sia un tantino elevato per le tasche di un traduttore alle prime armi, senza contare che non tutti abitano a Milano e l’aller/retour comporterebbe spese aggiuntive (consideriamo solo l’aereo/treno/pullman visto che un amico a Milano ce lo abbiamo tutti qualora non si possa proprio fare a meno del pernottamento). Per molti sarà il mero guadagno di una giornata, ma per un traduttore agli inizi questa è una cifra alta, possiamo anche considerarli un investimento però sarebbe utile proporre un prezzo inferiore. Ultimo punto: discorso tariffe. Questa – data per scontato la grande passione implicita e l’inaudita pazienza richiesta – è pur sempre una professione, a.k.a. un vero e proprio lavoro e in quanto tale deve riuscire a farti vivere, si spera nel miglior modo possibile. Non prendiamoci in giro ogni volta che si dà la colpa ai giovani traduttori, tutti coloro i quali oggi sono traduttori professionisti, un tempo erano traduttori alle prime armi, tutti coloro i quali ora hanno esperienza e se la fanno pagare hanno avuto il tempo di farsela quell’esperienza. Cioè, se uno nasce negli anni ’90 che colpa ne ha? Dovrà pure darsi/avere il tempo di diventare più esperto nella materia, o no? E che vi piaccia o meno, ciò avviene soltanto mettendosi alla prova, proprio come ognuno di noi ha fatto. Buon lavoro!

  8. Cari colleghi,
    ho letto con interesse quasi tutti i vostri commenti. Vivo in Danimarca del mio lavoro di traduzione e ne sono soddisfatta. Ma lavorare con un’agenzia italiana si è rivelato impossibile (tranne 1 caso) a causa delle pretese enormi alle quali non corrispondono le tariffe.
    Neanche le aziende italiane, quando rare volte si rivolgono direttamente ad un traduttore senza passare da un’agenzia, sono disposte a pagare una tariffa oraria accettabile.
    Qui in Danimarca abbiamo, per fortuna, il riconoscimento del titolo di “traduttore ufficiale” (che non è “giurato”) che si può solo ottenere superando seri esami all’università.
    Il titolo ci dà l’esclusiva per le traduzioni asseverate (generalmente testi giuridici), ma purtroppo non ci protegge dalla concorrenza spietata nel campo della tecnica.
    Non sono in grado di giudicare se sia possibile introdurre anche in Italia il sistema del “traduttore ufficiale” autorizzato da un ministero (ad es. Industria, commercio o giustizia). Ma forse dovreste discuterne.
    Cordiali saluti
    Zita Vaccaro Andersen

  9. Johnny Di Michele says:

    Nella migliore delle ipotesi, ritenere che AITI, che svolge la sua opera di comunicazione e di confronto con gli attori del mercato, con la sua presenza in un segmento del seminario avalli implicitamente, e a priori, qualsiasi posizione sarà presa all’interno dell’incontro è solo una mera mancanza di conoscenza dell’operato e dello scopi dell’associazione.
    La peggiore delle ipotesi la lascio alla fantasia dell’articolista, dal momento che ha dimostrato di averne tanta e… sicuramente scevra di pregiudizi.

    • Apprezziamo lo pseudonimo fantasioso … per non dire barbaro.

    • Vero? Quindi, se vengo a sapere che, alla riunione mensile del partito nazista, presentera’ il sindaco della mia citta’, non ho il diritto di chiedere cosa ci fa li’, perche’ ha accettato l’invito, e se la sua presenza e’ da intendersi come appoggio agli obiettivi del gruppo che ha organizzato la riunione?

      Non dobbiamo aspettare per sapere “che posizione la presidente dell’AITI prendera’ all’interno dell’incontro.” E’ legittimo chiedersi se la missione dell’organizzazione e’ di dare sostegno ad un corso privato organizzato a scopo di lucro da uno studio di formazione e dal titolare di un’agenzia di traduzione e durante il quale lo stesso titolare avra’ sicuramente l’opportunita’ di trovare reclute per la sua attivita’. E’ questo che fa l’AITI?

  10. invisibilia1 says:

    Il problema più grave, che No Peanuts! sta cercando (apparentemente invano) di mettere in luce, è l’assoluto scollamento fra mondo del lavoro e mondo accademico. Chi insegna la professione e non la esercita attivamente non avrebbe in teoria molta voce in capitolo, ma si sa, una cattedra, anche strapelata, fa gola a tutti (vuoi per soldi, vuoi per prestigio. Cioè, c’è ancora gente che ama sbandierare cariche. Io mi guarderei bene dal seguire corsi di gente del genere). A corollario vi è la contraddizione eterna che vivono i soci AITI: se da un lato hanno fatto giuramento di fedeltà a un’anacronistica associazione di categoria, dall’altro scendono ogni giorno a patti con il mercato (che tutti dipingono come un mostro, ma che tutti contribuiscono ad alimentare). E qui scatta il trappolone: mi comporto male (pratico tariffe al di sotto del livello della sussistenza minima) ma poi appena posso scaglio fulmine e invettive contro chi invece lo fa alla luce del sole. Mi guarderei bene dall’affidare incarichi da persone così ipocrite. Se fossi in AITI e se fossi nelle agenzie, organizzerei GRATUITAMENTE un corso per istruire gli aspiranti traduttori sullo stato e sui meccanismi del mercato. Si chiama investimento a lungo termine. Invece qui sia AITI che agenzie (no, scusate, si chiamano AZIENDA di traduzione. Che astuzia) si fanno pagare profumatamente. Avete sbagliato TUTTO: non si deve educare il cliente (palla colossale, il cliente cercherà sempre di ottenere il meglio a meno, punto e basta) , si devono educare i propri potenziali concorrenti e i propri potenziali fornitori. Chi meglio può farlo di un’associazione di categoria e di un fornitore di servizi? Quante occasioni sprecate per creare un ambiente di lavoro più corretto.

  11. Anna Russo says:

    Indubbiamente siamo in presenza di un conflitto di interesse, perché è poco credibile che il titolare di una agenzia (italiana, per giunta) si proponga come esperto in marketing per traduttori. Dubito anche che darebbe loro consigli utili su come vendere i propri servizi senza farsi sfruttare dalle agenzie, visto che dovrebbe cominciare col dire che chi lavora al di sotto di una certa tariffa, e magari pure applicando la scontistica Trados, lavora in perdita.
    In termini generali, si può dire che c’è un conflitto d’interesse “quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (nel nostro caso il successo/posizionamento del traduttore freelance) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale)”. Il conflitto di interesse è una condizione, non un comportamento: un soggetto coinvolto, infatti, potrebbe non agire mai in modo improprio, quindi non sarebbe neanche corretto fare un processo alle intenzioni.
    In presenza di un conflitto di interesse, però, di solito è il professionista stesso che si ritira, ben sapendo che è sufficiente che esista un legame per compreometterne l’indipendenza. Mi permetto di ricordare che la correttezza e la trasparenza dei rapporti giova alla nostra immagine di professionisti e a quelle industrie che si distinguono per elevati livelli di serietà e rigore, e se queste premesse vengono a mancare, si getta un’ombra anche su tutti gli organizzatori. 165,– Euro sono davvero tanti: al BDÜ non ne paghiamo più di 110,– -120,– per corsi di questo tipo. Il networking di cui parlava qualcuno si può fare in tanti altri modi ben più efficaci, e le occasioni serie non mancano. Mah, che dire: spero non si tratti del solito andazzo all’italiana;-))

No Peanuts! doesn't pretend to be a representative democracy. We don't publish comments that denigrate our movement, attack our writers, or show disrespect for translators. All comments must be signed with first/last name and include a verifiable email address.

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s